L'idea di portare in scena El Trovador nasce dal mio grande amore per il melodramma ottocentesco, il suo mondo, le sue sue storie, i suoi protagonisti. La maggior parte delle opere nascevano da episodi storici, da personaggi famosi del passato, da drammi teatrali più o meno contemporanei. I capolavori di Shakespeare hanno , più di tutti, ispirato numerose opere altrettanto famose come Otello, Falstaff, I Capuleti e i Montecchi, Macbeth, Hamlet oltre a drammi di altri illustri autori come La Signora delle camelia di Dumas (La Traviata), Le Roi s'amuse di Hugo (Rigoletto) o più recente Tosca di Sardou.  Anche Il Trovatore fu ispirato da un dramma spagnolo scritto da Antonio Garcia Gutierrez, famosissimo all'epoca, ma oggi completamente dimenticato, forse per la soverchiante grandezza e popolarità del capolavoro verdiano.

La prima domanda che mi sono fatto è chiedermi se un testo del genere, privato della musica e del canto potesse vivere come dramma teatrale.  Ho voluto avvicinarmi alla storia, come una leggenda, una fiaba per adulti, cercando di avvicinarmi al ricordo di uno spettacolo di marionette dei Colla che vidi, incantato, da bambino al Teatro Girolamo di Milano.  Le opere sono anche storie, sono il cinema dell’Ottocento, spesso con trame improbabili e inverosimili e il Trovatore ne è uno dei maggiori esempi. Pieno di incongruenze e di salti temporali, è il culmine dell’opera romantica con tutti gli archetipi del melodramma ottocentesco: l’eroe, pieno di slanci ed impeti, con un passato misterioso,  il suo antagonista, nel cuore e nella battaglia, e l’eroina, offesa ed amata, contesa tra i due. Il personaggio più complesso e originale è sicuramente Azucena, che immagino uscita da un quadro di Goya, una creatura borderline, dove incubo, demenza e realtà  si fondono e si alternano.

I quattro protagonisti sono legati tra loro da un'amore o un affetto che fin dall'inizio è una consapevole condanna alla rovina totale: Il Conte di Luna verso Leonora, irraggiungibile e incomprensibile nelle sue scelte, Leonora verso Manrico, il cui amore da subito è per lei fonte di dubbi e di esitazioni, Manrico verso Azucena, ossessionata dalla morte della madre e accecata dalla sua sete di vendetta.

Alla base c'è l'idea di mettere in scena un'opera, nel senso stretto di melodramma,  non cantata, con le parole e le espressioni tipiche del genere, dove la musica, privata del canto, è sì presente , ma con funzione evocativa, accompagnando l’azione, e diffondendo nell’aria, note quasi irriconoscibili, tratte dall’opera stessa e dal rarissimo balletto, composto in occasione della première a Parigi, nel 1857.

Il linguaggio melodrammatico pieno di espressioni roboanti ed enfatiche da vecchio film “cappa e spada” è però supportato da un ritmo contemporaneo, veloce, dove scene ed azione si susseguono in modo dinamico e fluido, senza mai, speriamo, annoiare lo spettatore.

Visivamente, il dramma è immerso in atmosfere notturne, gotiche come quelle descritte in Un Manoscritto Trovato A Saragozza di Jan Potocki o ne Il Monaco di Matthew Lewis. Le luci tagliano l'oscurità, il fuoco in lontananza chiama alla battaglia, le opprimenti mura del castello si muovono, creando diversi spazi scenici, dove i protagonisti si muovono, inesorabilmente,  verso il loro tragico destino.



andrea arrigoni, dicembre 2009

note di regia

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